Voglio andare a vivere in campagna.

Posted in Uncategorized on 11/08/2009 by thestyleguy

Per circa un mese l’anno, io vivo in campagna.

Proprio qui, da circa 21 anni, mentre il 99,9% dei miei coetanei passa il tempo sollazzandosi in giro per le località del cosìdetto turismo giovane, il sottoscritto si ritira in questo paesino chiamato Aci Platani, a cinque minuti in auto dal ben più noto paese di Aci Trezza, immortalato in uno dei capolavori della letteratura italiana, “I Malavoglia”. (Di seguito una vista del paese da Aci Castello, ove il sottoscritto va quotidianamente a farsi un tuffo per combattere la calura estiva)

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Sono a conoscenza del fatto che qualcuno potrebbe leggere in questo mio post il classico stereotipo del ragazzo di città che cerca la pace in campagna, ma credo di avere alcune valide argomentazioni che scagionino questo articolo dal triste accademismo narrativo. Per cominciare, non che ad Alessandria ci sia tutto sto gran caos da cui fuggire, e anche Torino la reputo molto vivibile. Inoltre, questa lontananza dal mondo è decisamente poco effettiva, perchè come vede, sono connesso con il mio bel portatile ad una efficentissima linea ADSL, circondato da I Pod e televisori con digitale annesso. It’s hard to live in the country, baby…

L’unico evidentissimo effetto che questo ameno luogo sta avendo su di me è l’immissione sottopelle di una discretamente deleteria voglia di far nulla tutto il giorno. Meglio cercare di rimediare da subito: vado a farmi una bella corsetta, resistendo all’impulso di far partire l’appena scaricato programmino per far partire le rom di quei bellissimi giochi da cabinato anni ’80.

Saluti!

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Un ultima cosa che mi è tornata in mente giocando ai cabinati: come fa il mitico Super Mario a fare salti pazzeschi e a correre tutto il giorno con quel fisico non certo da centrometrista?

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Please, let me introduce you Mr. Scott Shuman

Posted in Uncategorized on 07/08/2009 by thestyleguy

Quest’oggi faccio pubblicità ad un blog,  estremamente più commentato e conosciuto di questo:

parlo del celeberrimo “The Sartorialist”, ad opera dell’ex buyer di professione Scott Shuman. Ormai anni fa, il nostro ha cominciato a documentare (e spesso anticipare) le ultime tendenze nel campo della moda, scattando fotografie alle mise più particolari girando le città di tutto il mondo.

L’idea ha subito avuto un successo planetario, tanto che il Time’s megazine ha incluso The Sartorialist tra i primi 100 “Designer’s Influence”.

Si sa, da Internet alla carta stampata  il passo è breve. In uscita il 12 di corrente mese a NY, arriverà a Settembre in Europa, e personalmente, non vedo l’ora, The Sartorialist’s Book!

Vi piazzo qui il link, dateci un occhiata, merita moltissimo! Inoltre, è impossibile non beccarci qualche bella idea da scopiazzare.

http://thesartorialist.blogspot.com/

Di seguito, il buon Scott con tanto di fidata macchina fotografica e atteggiamento macho. Ne sa!

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Di seguito, la futura copertina del libro.

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P.s. = Sebbene non centri niente con Mr. Shuman, domani cadrà il primo anniversario della morte di Chip, l’amato dobermann di mio zio. Sappi, amico mio, che qui nessuno ti ha dimenticato, e siamo felici pensandoti mentre corri beato nel Paradiso canino. Un giorno ci si rivedrà. Approfitto anche per affermare che il sottoscritto condanna con violenta fermezza l’abbandono dei nostri amici a quattro zampe.

“Chi li abbandona è un MOSTRO”

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Rum, Rhum o Ron

Posted in Uncategorized on 05/08/2009 by thestyleguy

Superalcoolico: bevanda alcolica ottenuta mediante procedimento di distillazione.

Questa definizione da vocabolario, così breve e laconica, sicuramente non rende giustizia all’infinita varietà di prodotti che rientrano sotto questa accezione.

Personalmente, ho sempre cercato di ripudiare la cultura del bere,intesa come abuso di questi ultimi (certe volte non riuscendoci, e pagando le conseguenze il giorno dopo, eheh!) ma sono sempre stato invece affascinato dal “bere come cultura”, cioè la conoscenza e l’amore di queste bevande, un argomento decisamente  interessante.

Ripescando un vecchio libro sull’argomento, mi sono reso conto della vastità di prodotti a disposizione: noi tutti conosciamo whisky, brandy, le vodke, i gin, rum, tequila e molte tipologie di liquori, universalmente diffusi o tipicamente regionali, ma personalmente non avevo mai sentito parlare di bibendi dai nomi esotici quali l’arak e lo zubrowka.

Ho trovato decisamente interessante la sezione dedicata ad uno dei miei alcolici preferiti, il rum. Capace di portarci subito ad un immaginario romanzesco di pirati e spiagge caraibiche, è proprio in queste isole, in effetti, che dalla metà del XVII secolo si comincia a distillare quello che era lo scarto della lavorazione della melassa ricavata dalla canna da zucchero. Incerta è l’origine del nome: alcuni sostengono che questo derivi da termini quali rumbulion o rumbustion, letterlamente fracasso, termine dello slang della Marina inglese, che all’epoca la scelse come alcolico ufficiale. Il fracasso deriverebbe sicuramente dall’uso eccessivo della bevanda. Altri lo fanno derivare dalla parola latina che significa dolce o zuccherato, saccarum.

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Foto per la serie “caribbean blue”

Nonostante questa incertezza di tipo filologico, estremamente sicura e appurata è l’importanza del rum nell’economia coloniale e americana  del tempo, oltre che nella vergognosa tratta degli schiavi.

Di seguito, almeno negli Stati Uniti, la diffusione della bevanda andò diminuendo, soppiantata dal whisky, alcolico nazionale. I maggiori produttori restarono appunto le ex Colonie Caraibiche. Ancora oggi, ogni paese tende a produrre rum di caratteristiche e tipologie ben diverse, differenziando principalmente tra rum a corpo leggero, quello più più comunemente consumato e facilmente mescolabile in cocktail, e il rum a corpo pieno, per consumo diretto. Il rum che otterremo, recita la mia fonte, dipenderà dalla tipologia di alambicco che utilizzeremo nella distillazione.

Il Portorico, il maggior produttore mondiale, ha una grande tradizione di rum a corpo pieno, sebbene, la marca nazionale nel mondo, l’arcinota Bacardi, è a corpo leggero. Altri vanti nazionali sono il Captain Morgan, aromatizzato con spezie, il Myer’s Platinum White e Myer’s Golden Rich, molto vigorosi, e il Ron del Barrilito, vero pezzo forte per gli intenditori, e difficilmente trovabile fuori dal paese di produzione.

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Rum Myer's Golden Rich

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Le etichette dei prodotti presentati. E’ evidente la connotazione molto più galour di Bacardi, in seguito alla grand commercializzazione.

Un altro grande produttore di rum è la Giamaica. I produttori locali si distinguono dai colleghi portoricani durante la produzione, con l’aggiunta, durante la distillazione di una sostanza, il “dunder”, alla melassa, durante la distillazione. Questo dunder è sempliemente un insieme di scarti e residui delle precedenti distillazioni: il risultato è un gusto molto corposo e aromatico, con una colorazione scura dovuta anche all’aggiunta di caramello. Vengono inoltre invecchiati un pò di pù rispetto ai prodotti portoricani, dai 5 agli 8 anni, invece che da 4 a 6. Marchi caratteristici sono Appleton’s, nelle 3 accezioni Gold, Punch e White, Lemon Hart, e Dagger Jamaica. Ricordiamo inoltre le variazioni “London Docks”, prodotte in loco e invecchiate con particolari metodologie a Londra.

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Naturalmente, la lista dei paesi produttori non si ferma qui. Ricordiamo almeno Cuba, Barbados, Martinica e Haiti, arrivando fino addirittura all’altra parte del mondo, l’Indonesia.

Vi lascio qui una cartina delle Isole Caraibiche, con la viva speranza di potermici recare, per la prima volta, il prima possibile! Credo, che nel frattempo, mi acconteterò di un buon Rum e Coca, come aperitivo. A domani!

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A hard day’s night (and I’ve been workin’ like a dog)

Posted in Uncategorized on 04/08/2009 by thestyleguy

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Lungi da me la volontà di annoiare il prossimo, raccontando la lunga, complessa e affascinante storia dei Fab Four, cosa che esulerebbe dalle mie conoscenze e capacità, quest’oggi mi ripropogno quindi di presentare un breve omaggio ai Beatles (come d’altra parte è per tutti gli altri personaggi da me presentati in questo blog: si tratta di una mia visione di queste persone che sono da me profondamente ammirate, e non sono da considerare assolutamente descrizioni esaustive o complete).

I quattro di Liverpool hanno avuto una grossa influenza sul sottoscritto, come la hanno avuta, d’altra parte, su tutto il mondo. E sono quasi sicuro che se gli alieni ci spiano, non so se avete presente quella immagine un pò simpsoniana, conoscono i Beatles.

lgcvf001the-beatles-in-london-black-and-white-photo-the-beatles-canvas-canvas Di sopra i quattro nel loro periodo che preferisco, quando ancora erano quattro bravi ragazzi inglesi, prima che arrivassero varie ed eventuali quali Yoko Ono, ricerche sulla via dell’Illuminazione seguendo strade induiste, nomine a Cavalieri dell’Ordine Britannico, e così via. Lo so, una preferenza di molto controcorrente rispetto a molti fan e critici musicali di ogni età, ma, almeno almeno stilisticamente, è la prima immagine che mi viene in mente quando sento pronunciare il loro nome. Questa, e naturalmente le masse di centinaia di migliaia di fan, urlanti e adoranti. Una delle tante, belle leggende che si sentono raccontare ancora oggi riguarda l’esibizione all’ Ed Sullivan Show nel 1964. durante uno dei primi giri dall’altra parte dell’Atlantico: durante l’esibizione, si dice che i crimini giovanili si azzerarono completamente.

Il come i nostri entrarono così prepotentemente e velocemente nella storia e nella cultura del ‘900 è ancora oggetto di studio. Io stesso mi chiedo come sia stato possibile per quattro ragazzi provenienti da una cittadina portuale modificare così profondamente, in maniera indelebile, la storia della musica, pop e non solo. Cosa abbia innescato una macchina capace di vendere oltre un miliardo (!!!!!!!!!!!) di dischi in tutto il pianeta, scatenando fenomeni di isterismo mai verificatesi prima, su milioni e milioni di giovani. Da cosa sono nate storie come quella già citata sull’Ed Sullivan Show, sulla fine di Pete Best ( che è vivo e vegeto, e pare che di recente abbia ricevuto un indennizzo pari ad un milione di sterline per il licenziamento di decenni fa. Certo è che ora, quando chiunque viene scaricato appena prima di un grande successo, è il “Pete Best della situazione, e questo non è decisamente una cosa simpatica), la canna nei bagni di Buckingam Palace? Oppure “Paul è morto ed è stato sostituito” , eterna leggenda metropolitana (su Wired di questo mese, rintracciabile in edicola al decente prezzo di € 2 al posto dei soliti 4, visto anche l’effettivo valore della testata, si parla proprio di questo. Due tizi della scientifica, analizzando le foto di Paul, pre e post data di presunta morte, danno ragione proprio a questa assurda possibilità.)? Il quinto Beatles? Best, il tragicamente scomparso Stuart Sutcliffe, il manager Eipstein, Yoko Ono, o addirittura il calciatore Best?E la storia dei “Beatles più famosi di Gesù?”

Per avere una risposta, basti ascoltare una delle loro immortali opere, e avremo la risposta, la giustificazione alla loro entrata nella storia. Proprio in onore al mio già citato amore per i Beatles primo periodo, quando ancora la loro musica era così gioiosa e spensierata da poter addirittura accompagnare i cartoni del mattino, i LORO cartoni, eccovi quello della canzone che titola questo post.

Nonostante ancora lontani da esoterismi e riferimenti spirituali onnipresenti specialmente da Sgt. Pepper in poi, già qui Lennon e McCartney iniziano, seppure in modo celato, a inserire tematiche sociali. Qui, seppure in modo scanzonato, si accenna allo sfruttamento dei giovani nelle fabbriche inglesi.

Di seguito, un link ad un’altra canzone a cui sono molto affezzionato per motivi personali, e che personalmente rappresenta LA canzone d’amore: “Michelle”

Concludo con alcune foto, come d’abitudine, e ribadendo come io consideri questo articolo decisamente incompleto, anche un pò per scelta. Apposta non tratto album fondamentali per la storia del rock come Abbey Road, il semplicemente citato Sgt. Pepper, dei quali però accludo le planetariamente conosciute copertine, o il White Album. E nemmeno parlo delle carriere soliste, o del Lennon attivista e pacifista, delle sue proteste a letto, il “Bed In” ad Amsterdam: sarei stato di sicuro approssimativo e inesatto, rendendo poco giustizia al mito e all’uomo.

Oh, un ultimissima cosa, e poi, prometto, concludo: qui affermo in calce che, se un mio futuro pargolo nascerà in un paese anglosassone, il suo nome sarà Jude o Paul ( se non si fosse capito, il mio prediletto!), se fosse una pargola, magari in terra d’oltralpe, sarà Michelle… naturalmente opinione della consorte permettendo!

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Sgt. Pepper and The Lonely Hearts Club Band, copertina.

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Abbey Road

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Beatles

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grazie!

“Nous n’avons pas besoin de tuer pour survivre” – Philippe Stark, designer e architetto.

Posted in Uncategorized on 03/08/2009 by thestyleguy

“Io amo spalancare le porte dell’universo umano”

Con questa frase Stark, parigino classe 1949, descrive la sua attività di designer, architetto e creatore “polimorfo” :

< Un vizio di famiglia!> afferma Stark, che eredita la voglia di “sognare e creare” dal padre, designer d’aerei. Al contrario del genitore però, Philippe non limiterà mai la sua area di lavoro, occupandosi di oggetti d’uso più disparato, dagli spazzolini da denti agli alberghi, mediante lo studio e l’utilizzo delle nuove tecnologie, con un occhio di riguardo per l’economia e il mondo in cui viviamo. In tempi non sospetti, ultimi anni ’70 dello scorso secolo, crea il catalogo “Good goods”, per i “non consumatori del futuro mercato consapevole di se”.

Inizia la sua visionaria carriera nel 1968, con una collezione di mobili gonfiabili. Da li sarà un continuo crescendo, con incarichi per le principali case di produzione di mobili e design italiane, come Alessi, Cassina, Driade, o Aprilia, per la produzione di “Motò”

motò Aprilia Motò, modello 2002

Nel 1976 si trasferisce negli Stati Uniti, dove vive e lavora per due anni, prima di tornare a Parigi, dove nel 1979 fonda “Philippe Stark Network”, studio responsabile di oggetti di culto quali il bollitore “st_HotBertaa” e “Juicy Saliff”, straordinario spremiagrumi, entrato ormai nell’immaginario comune, entrambi per Alessi. Entrambi gli oggetti sono oggi considerati simboli del cosidetto “Nuovo design Espressionista”.

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Juicy Saliif (sx) e

Hot BertAA (dx)

Sulla medesima linea del non conformismo si basa l’attività architettonica di Stark. Ricordiamo uno dei padiglioni del museo Groningen nei Paesi Bassi, la fabbrica di Birra di Akasuka, Tokyo, con la sua Flamme d’Or al limite del kitsch, e gli appartamenti per Francoise Mitterand all’Eliseo, risalenti al 1982, oltre ad hotel tra New York, Beverly Hills e Hong Kong.

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Starck, Hudson Hotel bar II

Universe el Bistro

sls-hotel-beverly-hills-1 Hotel des Academies et des Arts in Paris France

Fabbrica di Birra Akasuka, padiglione del Museo di Groningen, Hotel Hudson a NY, piscina SLS hotel a Beverly Hills, Hotel des Academies e des Arts a Parigi.

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Una rappresentativa immagine del designer, e di seguito, immagini random tratte dal sito ufficiale del Philippe Stark Network, http://www.starck.com. Visitatelo, per un’idea più completa dell’impressionante mole dei progetti sviluppati dal francese.

Il futuro? Sempre nell’ambito di “Good goods” viene sviluppato il concetto di ecologia democratica, con la creazione di turbine eoliche personali a prezzi accessibili.1987pastasedie

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To Chuck Taylor

Posted in Uncategorized on 03/08/2009 by thestyleguy

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Charles “Chuck” Taylor nasce nello stato dell’Indiana, USA, nel 1901, circa dieci anni dopo la nascita del basket. Ed è a questo sport fantastico che dedicherà la sua vita, come discreto giocatore, negli anni del college 1914-1918 verrà selezionato due volte nel quintetto All State di Indiana, quindi come come diffusore dello sport stesso, negli Stati Uniti e nel Mondo. Tutto comincia quando Chuck, stanco di spaccarsi le caviglie durante le partite, va a lamentarsi dal suo fornitore, la Marquis M. Converse Rubber, fondata nel 1908 nel Massachussets, con la quale presto inizia a collaborare, alternando la carriera di “ricercatore” a quella di giocatore professionista.

Presto convince Converse a creare una scarpa esclusivamente per basket players: nasce così un mito, non solo per gli appassionati di pallacanestro, ma per la cultura del Novecento in generale, capolavoro chiamato “Converse All Star. Inizialmente  prodotta esclusivamente in colore Blue Navy o Nero, high cut per la precisione, è ancora questa colorazione che ci viene in mente quando pensiamo a questa fenomenali scarpe, immagine per fortuna non ancora cancellata da vari scempi prodotti negli ultimi anni (come non citare i terribili modelli con pelliccia interna, con doppia “aletta” o con pois e quadratini, robacce casualmente venute fuori dall’acquisizione da parte di Nike, nel 2003).

Incalcolabile l’influenza della scarpa nella cultura pop, e nel Rock ‘n’ Roll in particolare. Ramones, Axl Rose, Kurt Cobain, Angus Young sono solo i più scontati di una chilometrica, forse interminabile liste di musicisti con un paio di All Stars ai piedi. Amore reciproco, viste le numerose serie e special editions create da Converse per band e artisti dei più diversi, da Tupac ai Pink Floyd.

Le indossano i protagonisti di Grease, High School Musical, Happy Days, The O.C., dimostrandosi più evergreen di Raffaella Carrà.

Tutto questo grazie alla dedizione e alla passione di un uomo che fin da subito si incaricò della promozione delle scarpe, girando l’America con un Cadillac carica di All Stars, quindi l’Europa.

Se da oggi sentiamo il nome Chuck, cerchiamo di non pensare subito al pupazzo del Chupa Chups, o a quel texano guerrafondaio di Norris. Pensiamo ad un uomo che, 600000000 (SEICENTO MILIONI!!!!!) di scarpe dopo, ha reso possibile la frase

“Chi non ha mai indossato un paio di All Stars?”

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Le due colorazioni più belle mai prodotte, secondo il modesto parere del sottoscritto:                Blue Navy high cut, e White low cut.

Di seguito, integralmente tratto dalla pagina dedicata di wikipedia, alcune delle innumerevoli apparizioni delle nostre beniamine in ambito cinematografico, musicale, e non solo. (Sottolineate, le mie quotes preferite).

Le All Stars indossate nella pallacanestro, nel cinema, nella musica e nei videogiochi

  • Nel film “Se mi lasci ti cancello”, Clementine (Kate Winslet) indossa delle All Star nere quando entrambi i protagonisti sono nel bosco.
  • Nel film Twilight, verso la fine mentre Bella scende le scale per andare al ballo con Edward, porta una Converse nera al piede sinistro (quello buono).
  • Billie Joe Armstrong, frontman della Band Statunitense dei Green Day, indossa un paio di All Star nere alte.
  • Le All Stars (insieme alle Adidas Gazzelle) furono le scarpe leader del basket fino agli anni settanta. Le calzarono migliaia di giocatori di ogni lega e nazionalità. Nell’NBA divennero celeberrime le All Stars nere basse di Wilt Chamberlain.
  • Nel film Harry Potter e l’ordine della fenice molti dei protagonisti indossano chiaramente le All Stars, in particolare quelle Low Cut.
  • Nel film [Harry Potter e il principe mezzosangue] Harry per quasi tutta la durata indossa un paio di All Stars nere.
  • Le All Stars sono anche un segno distintivo del protagonista di Jackass Johnny Knoxville, che ne porta sempre un paio nero.
  • Nel film Ritorno al Futuro l’attore Michael J. Fox indossa un paio di All Stars nere, quando torna negli anni ’50.
  • Nel film Io, Robot, Will Smith indossa un paio di All Stars nere.
  • Nel film Rocky Sylvester Stallone indossa un paio di All Stars nere per fare i suoi allenamenti.
  • Nel film 2 Fast 2 Furious Paul Walker, il protagonista anche del primo episodio, indossa un paio di All Stars nere, che si notano soprattutto nelle inquadrature dei pedali verso la fine del film.
  • Recentemente è stato introdotto un modello di All Stars dedicate ai Ramones[1]. (!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! n.d.R)
  • Un paio di All Star rosse a tinta unita sono indossate dal protagonista dell’episodio Una donna per cui uccidere del film Sin City.
  • Nel film Balle Spaziali, Rutto, il can-uomo, indossa un paio di All Stars pelose.
  • Il personaggio della serie di videogiochi omonimi Crash Bandicoot porta da sempre un paio di All Stars.
  • Nel cartone animato della Disney La spada nella roccia quando ritorna da Honolulu, Mago Merlino indossa un paio di All-Stars rosse.
  • In Splinter Cell: Double Agent nella missione del penitenziario Fisher indossa un paio di All Stars nere.
  • Si notano anche delle All Star celesti nel film Marie Antoinette.
  • Nel film Il favoloso mondo di Amélie, l’uomo misterioso delle fototessere indossa delle All Stars rosse.
  • Nel telefilm Doctor Who il decimo Dottore indossa All Stars di colori diversi in episodi diversi.
  • Nei tre film High school musical, Zac Efron e Lucas Grabeel indossano spesso un paio di All Star blu e nere.
  • Nel telefilm Buffy l’ammazzavampiri molti dei protagonisti indossano diversi modelli di All Star, specialmente nelle 3/4/5 stagioni.
  • Nell’anime I Cavalieri Dello Zodiaco Pegasus a volte indossa delle All Stars rosse, che si intonano con il rosso della maglia e con la tuta rossa che indossa sotto l’armatura.
  • Nella serie televisiva Dottor House, il protagonista omonimo indossa in diversi episodi un paio di All Star.
  • Nella serie televisiva iCarly, la protagonista porta spesso delle All Star colorate.
  • Nella serie televisiva Hannah Montana, la protagonista omonima spesso (quando interpreta il suo alter ego) indossa delle All Star, di solito fatte di pailettes colorate.
  • Nell’anno 2009 sono state introdotti modelli dedicati ai The Who, Ozzy Osbourne, Kurt Cobain, The Doors e Pink Floyd.
  • Nella serie televisiva Drake & Josh in alcuni episodi entrambi i protagonisti indossano delle All star nere.
  • Nella serie televisiva Zack e Cody al Grand Hotel spesso Zack (il gemello sportivo) porta delle All Star nere o con la fiamma.
  • Nella serie televisiva A-Team, uno dei protagonisti, Murdock, indossa sempre un paio di All Star.
  • Axl Rose dei Guns N’ Roses ne aveva un paio personalizzate bianche con la scitta AXL in rosso sui talloni

visibili nel finale del video di Estranged.

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Julian Casablancas degli Strokes, Santogold, Pharrel, interpreti di un singolo scritti da loro stessi quest’anno per Converse, “My drive thrue”, consigliatissimo per altro. La canzone è facilmente rintracciabile su Youtube, con relativo video.

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“I componenti dei Femme Fatale, band indie-rock alessandrina, sono assidui indossatori di Converse All Stars”

ok, questa non era su wikipedia!

Tutti quanti vestono Prada

Posted in Uncategorized on 02/08/2009 by thestyleguy

800px-PradaTempi di crisi, i nostri.

Si sarà ormai stufi di sentire questa frase da ben più navigati e consapevoli (?) esperti di economia, immagino quanto opportuna possa sembrare questa trita e ritrita espressione in un blog che, oltre che umile e poco pretenzioso, vuole evitare di trattare temi pesanti o poco gradevoli. A ricordarci la fine imminente ci pensi qualche apocalittico blogger con la fissa del 2012.

I miei ancora inesistenti lettori (arriverà mai qualcuno da queste parti? eheheh!) perdoneranno quindi questa super inflazionata espressione iniziale, che ho pensato di utilizzare non per introdurre uno stucchevole post alla “anche i ricchi piangono”, viste le leggere difficoltà in cui pare versare Prada , ma al fine di redarre un breve articolo, in odore di omaggi, riguardante personaggi che come Miuccia Prada non smettono, nonostante il periodo economicamente tutt’altro che felice, il loro ruolo di promotrici di opere in un certo senso rivoluzionarie, e di conseguenza provocatorie e spesso non capite.miuccia-prada

Più per completezza d’informazione e passione per gli argomenti di taglio finanziare, riassumo velocemente i suddetti “guai” della holding in questione. Ancora una volta, le banche sembrano svolgere la parte del “lupo cattivo” nella faccenda. Nonostante la proroga di restituzione di due tranche di debiti, pari a 100 milioni di € e 350 della seconda, entrambi rimandati al 2012 ( salvo inatteso Giorno del Giudizio), il gruppo risulta essere ancora debitrice di circa 1,2 miliardi di € nei confronti di gruppi bancari quali Unicredit, Intesa Sanpaolo e la francese Cralyon, cifra che naturalmente preoccupa il patron del gruppo, Patrizio Bertelli. Due soluzioni plausibili e indicate consistono o nell’acquisizione da parte del gruppo Richemont, già proprietario di marchi del lusso quali Montblanc, Cartier, Van Cleef&Arpels, Vacheron&Constantin tra le altre, proposta però accolta tiepidamente, data l’alta richiesta da parte dei venditori ( pare 2,7 miliardi, debiti inclusi, per la holding e gruppo esecutivo) e la sostanziale inesperienza di un gruppo coraggioso e competente soprattutto per quanto riguarda l’alta orologeria e il lusso, ma inesperto su alta moda et similia, oppure la seconda possibilità, più volte tentata, ma mai riuscita, cioè l’approdo di Prada in borsa, che però ancora una volta pare essere problematico. La ricerca di un partner finanziario e industriale, magari avanzando diverse pretese, pare essere la strada più probabile.

Tornando quindi al nostro discorso originario, vista la situazione non così brillante, cosa rende così degni di lode i nostri amici di Prada? Innanzitutti il rifiuto ad un atteggiamento di chiusura così tipico di molti nei confronti della crisi, testimoniato dall’ investimento, solo quest’anno, di circa 165 milioni di € su store Prada e Miù Miù, che sono così in costante aumento, come lo è il ricavo netto, passato da 99 milioni a 100 di fatturato netto dall’anno scorso ad oggi, pur ammettendo come, viste le cifre prima trattate, questo aumento sia decisamente una cosa di poco conto. Quindi, centrando l’argomento centrale del post, l’atteggiamento che potremmo chiamare mecenatistico nei confronti di opere decisamente innovative.

Da studente ed appassionato di Architettura, non posso esimermi dal trattare dell’ormai famoso “Prada Transformers”, ambiente tanto versatile quanto visionario, creato dalla universalmente nota archistar Rem Koolhaas. Sappiamo tutti quanto gli star-architects possano essere personaggi ambigui, ma pochi altri possono vantarsi di superare in stranezza il designer olandese. Fondatore degli studi OMA, più strettamente archittettonico, e AMO, dedicato interamente a indagini di marketing, pubblicità e ricerca, oltre che per i suoi capolavori è passato recentemente agli onori di cronaca grazie a comunicati stampa in cui accusava colleghi come Foster, Libeskind e Hadid e decretava la fine dell’era delle archistar. rem_koolhaas

Dimostrato un paraculismo di dimensioni epiche (mi si scuserà l’espressione), il nostro si è guadagnato, oltre a vari insulti da parte del noto antropologo palermitano La Cecla, docente di urbanistica e simili in alcuni dei maggiori istututi e scuole politecniche d’Europa, il soprannome di “Profeta che veste Prada”, vista anche la confermata e longeva collaborazione tra le due “firme”

206_Prada_jb_100708_afConclusa la parentesi, secondo me legittima per l’eccezionalità del personaggio, passiamo a questo fantomatico Trasformers. Non è la prima ne sicuramente l’ultima volta che una maison si affida ad una grande firma architettonica, anche per quanto riguarda strutture smontabili e trasferibili in tutto il mondo, basti ricordare la già citata Hadid per l’itinerante Museo Chanel, ma l’idea dietro a  questo “montabile” enorme è decisamente inusuale. Lasciando stare particolari ornamenti formali tipici dell’architettura, la straordinarietà è sita nella trasformabilità.Ognuna delle facce del tetraedro (si tratta quindi di un poligono di quattro facce, ognuna di queste di pradabackdropforma triangolare) è dotata di infrastrutture che renderanno possibile una diversa fruizione do ognuna di esse. Nello specifico si può godere di una base per “Special Events”, un’altra per “Fashion Exibitions”,  quindi “Art Exibitions”, e infine “Cinema”. Come cambiare opzione d’uso? Semplicissimo, ribaltando la struttura, con una enorme gru. “Così le pareti diventeranno soffitti, i soffitti muri, o pavimenti, e così via” spiega patron Bertelli.

Disegno progettistico del Transformer, con destinazioni d’uso, a seconda della facciata d’appoggio: in ordine FASHION EXIBITION, ART EXIBITION, CINEMA, SPECIAL EVENTS

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Innaugurata a Seoul, ad evidenziare l’importanza dell’Oriente per la Maison, forse presto l’edificio mutante arriverà a Milano, addirittura stabilmente, al fine di diventare uno dei simboli di Milano Expo 2015.

Lunga vita a chi sperimenta quindi, e a chi dà la possibilità di farlo, andando oltre i preconcetti. Anche se molto ingenuamente, credo sia l’unica via da seguire per scacciare una crisi, quella culturale, forse meno preoccupante, ma altrettanto infida e serpeggiante.

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Alcuni renders del Transformers, e sopra particolari di “catwalk” progettate da AMO per Prada.

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